Luglio 2015

Avvocati: in caso di revoca del mandato, la ritenzione della documentazione costituisce illecito disciplinare

Le  Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione nell’avallare l’orientamento espresso più volte  dal Consiglio Nazionale Forense hanno statuito che nelle ipotesi di revoca del mandato «incorre in un illecito disciplinare l’avvocato che ometta di restituire tutta la documentazione, di cui sia venuto in possesso nel corso dello svolgimento del proprio incarico professionale, al cliente, anche qualora questi non paghi le spese legali; l’obbligo di consegna peraltro non può ritenersi assolto con la semplice messa a disposizione della documentazione richiesta se, di fatto, ne è stata impedita la materiale apprensione».
Secondo la Cassazione rischia dunque la sanzione l’avvocato che ostacoli il proprio ex cliente non consegnando al collega successore tutti i documenti per approntare la perorazione in quanto ciò costituisce una palese violazione dell’articolo 24 della Costituzione e del diritto di difesa in esso sancito (SS. UU. n. 24080/2011). Ai sensi degli artt. 2235 c.c., 42 Codice Deontologico (ora: 33 ncdf), 66 RDL n. 1578/1933 «l’avvocato che ne sia richiesto deve restituire senza ritardo gli atti e i documenti ricevuti in originale o copia dal cliente e dalla parte assistita per l’espletamento dell’incarico, non potendo subordinarne la consegna al pagamento delle proprie spettanze» (Consiglio Nazionale Forense, ex multis, sentenze n. 116 /2010,  n. 223/2013).

Giugno 2015

Pignoramento della casa in comunione legale

Il coniuge non debitore si trova nelle stesse condizioni dell’esecutato come contitolare e deve essere destinatario della notifica del pignoramento da parte del creditore personale del coniuge debitore in regime di comunione legale.

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Giugno 2015

L’offesa su Facebook è «a mezzo stampa»

Con la sentenza n.24431/15 la Cassazione afferma che risulta essere integrato il reato di “diffamazione aggravata” nel momento in cui un “post” scritto su Facebook viene pubblicato, come se la medesima notizia fosse riportata dalle testate giornalistiche. Il fondamento dell’aggravante risiede «nella potenzialità, nella idoneità e nella capacità del mezzo utilizzato per la consumazione del reato a coinvolgere e raggiungere una pluralità di persone (…) con ciò cagionando un maggiore e più diffuso danno alla persona offesa».
E se lo «strumento principe della fattispecie in esame» (diffamazione) è la stampa quotidiana e periodica, è anche vero che la norma prevede «qualsiasi altro mezzo di pubblicità» per poter applicare l’aggravante che porta la pena fino a 3 anni di carcere. Il meccanismo delle amicizie “a catena” di Facebook, in sostanza, «ha potenzialmente la capacità di raggiungere un numero indeterminato di persone e, pertanto, di amplificare l’offesa in ambiti sociali allargati e concentrici».

Maggio 2015

Infortuni sul lavoro: responsabilità del datore e onere probatorio del danneggiato

In tema di responsabilità del datore di lavoro, la Cassazione si è pronunziata con una rilevante sentenza, nell’ambito della quale ha affermato che per violazione delle disposizioni dell’art. 2087 cod. civ., la parte che subisce l’inadempimento non deve dimostrare la colpa dell’altra parte.
Dato che, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., è il debitore-datore di lavoro che deve provare che l’impossibilità della prestazione o la non esatta esecuzione della stessa o comunque il pregiudizio che colpisce la controparte derivano da causa a lui non imputabile. La parte è comunque soggetta all’onere di allegare e dimostrare l’esistenza del fatto materiale ed anche le regole di condotta che assume essere state violate, provando che l’asserito debitore ha posto in essere un comportamento contrario o alle clausole contrattuali che disciplinano il rapporto o a norme inderogabili di legge o alle regole generali di correttezza e buona fede o alle misure che, nell’esercizio dell’impresa, debbono essere adottate per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro (Cassazione civile Sentenza, Sez. Lav., 21/05/2015, n. 10465). continua a leggere

Maggio 2015

Contratto preliminare: ammissibilità

Che cos’è

Il contratto preliminare di compravendita è il principale strumento contrattuale con il quale le persone che intendono vendere o acquistare una casa di abitazione (o qualsiasi altro immobile) si impegnano, per iscritto a pena di nullità (il contratto nullo è invalido e non produce alcun effetto), a fare ciò. Si badi bene, le parti si impegnano o, per meglio dire, si obbligano giuridicamente con efficacia vincolante tra di loro, ad alienare e ad acquistare l’immobile. Ciò significa che le parti del contratto, e più precisamente il promittente venditore, proprietario dell’immobile che intende alienarlo, e il promittente acquirente, che intende quindi acquistare, assumono l’impegno o l’obbligo, rispettivamente, di vendere e acquistare la casa, e quindi si impegnano a stipulare un nuovo contratto, il contratto definitivo di compravendita, con il quale unicamente avverrà il trasferimento di proprietà.

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Maggio 2015

Impugnazioni Civili: termini brevi o dimidiati

La comunicazione di cancelleria effettuata tramite posta elettronica certificata (PEC) non è idonea – ancorché contenga, per prassi od obbligo normativo, il testo dell’intero provvedimento – a far decorrere i termini dimidiati ex art. 17 della legge n. 184 del 1983.
Non risulta idonea neppure ove sia stata effettuata anteriormente alla modifica dell’art. 133 cod. proc. civ., operata dal d.l. n. 90 del 2014, che ha espressamente escluso che tale adempimento dell’ufficio determini la decorrenza dei termini brevi (Cassazione Sentenza n. 25662 del 03/12/2014).

Maggio 2015

Cassazione Civile: «travisamento della prova»

La prima sezione della Cassazione Civile ha affermato che ricorre il «travisamento della prova» ove l’informazione probatoria riportata ed utilizzata dal giudice per fondare la decisione sia diversa ed inconciliabile con quella contenuta in un atto processuale (nella specie, la relazione del CTU).
La relativa deduzione con ricorso per Cassazione presuppone che il ricorrente specificamente indichi ed alleghi l’atto medesimo ed assume rilievo purché l’informazione probatoria, risultante dalla prova travisata, sia decisiva, ossia capace da sola di portare il giudice di merito in sede di rinvio a rovesciare i contenuti della precedente decisione (Cassazione Sentenza n. 10749 del 25/05/2015).

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